Nel caso dei racconti di
Gianni Fassina è un tratto, un avvenimento, un nome sussurrato, a
preannunciarci la necessità di uno sforzo d’immaginazione che
completi l’universo narrativo: l’esordio in medias res, il non
detto, la quasi totale mancanza di appigli logici, cronologici e
spaziali impone al lettore la costruzione di un palcoscenico in cui i
personaggi possano vivere quegli squarci di esistenza che l’autore
ci offre. Inevitabilmente l’ambientazione di queste brevissime
eppur significative epifanie di vita quotidiana apparirà ben
riconoscibile e “normale”: una città, una casa che ispira
sovente una esibita modestia, un locale, soprattutto una strada,
in cui parlano –irrimediabilmente senza comunicare tra loro-
personaggi altrettanto ordinari. Persone prive di slanci epici, non
tesi all’azione quanto piuttosto all’inazione, col lettore
che aspetta invano che facciano qualcosa di diverso da mangiare,
dormire, sognare, amare e odiare, copulare, lasciarsi vivere.
E’ talvolta una
fatalità che incombe verso di loro a sconvolgere le loro ormai brevi
esistenze, ma una fatalità imprevedibile e che rimane
presumibilmente a loro ignota fino alla fine. Eppure questi
personaggi coi loro gesti, con i loro pensieri –pur nelle brevi
righe tratteggiate dall’autore- chiedono di essere ascoltati,
chiedono di fare della loro esistenza qualcosa di unico e
irripetibile, consci della propria banalità. Ma un grande autore
italiano contemporaneo, anche di racconti, Antonio Tabucchi ebbe a
dire in un suo testo che “tutte le storie sono banali, l’importante
è il punto di vista”: dal loro punto di vista queste sono
storie talvolta uniche, irripetibili, certe finanche incredibili.
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