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Il nostro Paese è afflitto dal Morbo della Scrittura Compulsiva. Pare che
tutti ci si debba mettere a scrivere, e tutti si debba voler pubblicare qualcosa.
Per forza.
Ma nella selva ribollente di autoproclamatisi talenti letterari e “creativi”
che debbono mettere il proprio cuore e le proprie lacrime sul foglio perché
questa è un’esigenza per le loro anime avvelenate, si aggirano (come quel
famoso spettro di qualche tempo fa, è il caso di dirlo) autori umili, capaci,
dediti. Gente che ha capito che, come per guidare un aereo non si improvvisa
tirando leve e spiando indicatori, anche per scrivere – qualcosa di
destinato a un pubblico, s’intende – deve rimboccarsi le maniche, studiare,
sbagliare, esercitarsi e capire.
E questi ragazzi più o meno giovani, alla fine, ottengono immancabilmente
dei risultati, come la pubblicazione di questa raccolta d’esordio per Marco
Caudullo dimostra.
Ho conosciuto Marco “virtualmente” sul forum della Casa Editrice per
cui lavoro, luogo dove si è distinto, prima che per la bontà letteraria dei
suoi testi, per la disponibilità a “farsi massacrare” con la massima serenità
accettando e riflettendo anche sulle critiche più severe; per l’originalità
degli spunti e delle iniziative che ha lanciato e l’estrema precisione con
cui è stato capace di gestirle e coordinarle. Iniziative basate sul confronto
e sull’allenamento, come nel caso della “palestra” che gli è stata affidata,
in cui ha incarnato (e incarna) il ruolo di personal trainer.
E la stessa cura traspare dalle pagine di Mondi Paralleli.
Ogni parola, ogni frase, è dosata con attenzione. Non c’è nulla di superfluo,
di non equilibrato, e questo non è (e non può essere) frutto di una
qualche magica ispirazione, ma del sudore, del tempo, della pazienza e
della preparazione di Caudullo.
Soprattutto, poi, in un ambito come il Fantastico a tinte più o meno cupe,
dove basta una parola fuori posto per spezzare quel filo sottile che corre tra
Reale e Immaginario, causando la caduta rovinosa di quella “sospensione
dell’incredulità” di cui parlava Coleridge, e senza la quale è impossibile
il lettore si stupisca, s’incanti, si spaventi e si meravigli di fronte ai fatti
narrati.
Questi racconti sono scritti per il piacere del lettore. E si vede.
Racconti che aprono finestre sulla fantasia, insinuandosi sottili senza clamore,
e poi le lasciano aperte – compiacendosi delle correnti d’aria che
poi portano inevitabilmente dentro altro, tanto altro. Non c’è quella smania
superficiale di spiegare tutto, di dare tutte le risposte: come in un dipinto
impressionista serve il cervello (acceso) del lettore per completare l’immagine,
e per questo, pur raccontando storie che si concludono, ognuno
dei pezzi potrebbe altrettanto costituire il primo capitolo di un lungo romanzo.
Un romanzo che, personalmente, comincio a immaginare nella speranza
che Marco lo scriva presto.
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